Suor Blandina Paschalis Schlòmer

La bellezza del Volto di Gesù
Vorrei invitare ad uno sguardo meditato sul Volto, che già da vent’anni mi commuove e che, per me, addirittura è diventato un avvenimento: l’evento che porta il nome di “Veronica”. in altre parole, il Volto Santo di Manoppello. Lo testimoniano le fotografie che il Professor Andreas Resch ed io abbiamo scattato a Manoppello, nel corso di un pellegrinaggio compiuto durante l’Anno Santo. Nella prima parte della descrizione del mio cammino, devo esprimere qualcosa di molto personale e chiedo anticipatamente perdono. Nessuno avrebbe potuto pensare che io, di mia iniziativa, mi sarei incamminata su questa strada alla ricerca del Volto del Signore. Gesù Cristo si è servito della mia vita e della mia pochezza. Ripensando alla grande convergenza con cui certi avvenimenti si sono saldati l’uno con l’altro e allo stupore per il meraviglioso collegamento tra il libero arbitrio e la “coincidenza” delle circostanze, mi sono ricordata del passo della lettera ai Galati (1,15-16), in cui San Paolo descrive, richiamando l’inizio della sua conversione, l’opera e la volontà del divino Padre: “Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… si compiacque di rivelare a me Suo figlio…”. Ho pensato che il tutto presupponesse solamente un più chiaro disegno divino, che però mi era completamente oscuro e del quale ero semplicemente un modestissimo strumento. Oltretutto, penso che il Padre stesso abbia voluto nuovamente rivelare Suo Figlio a noi poveri figli del XXI secolo, e abbia cercato e trovato uomini che consapevolmente o inconsapevolmente collaborassero a quest’opera. Da parte mia, vorrei soprattutto ringraziare coloro che mi hanno aiutato lungo questo cammino con la loro più alta visione spirituale e i loro mezzi, e anche coloro che mi hanno sostenuto con la loro preghiera. La santissima Trinità, attraverso le sue onnipotenti Persone, mi è stata nascostamente vicino. Per tutto sia ad Essa lode e gloria!

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Il Volto di Cristo nella mia vita
Il cammino già preparato
Sin dalla mia infanzia e prima giovinezza mi ha sempre affascinato il volto umano. Ero sempre molto occupata a disegnare volti. Più tardi, quando ho trovato, o meglio, ritrovato Gesù, volevo naturalmente raffigurare anche il Volto di Cristo. Ricordo ancora bene che Lo rendevo piuttosto astratto; nell’immagine, però, erano decisivi gli occhi e, soprattutto, il loro bianco luminoso. Era pura intuizione, poiché in seguito scoprii che quest’immagine, disegnata anni prima, inconsciamente riprendeva qualcosa del carattere del Mandilion di Genova o dell’icona vaticana. Il riferimento alla Veronica era dato sostanzialmente dall’analogia degli occhi e, visto il mio successivo interesse per il Velo di Manoppello, potrei definire il mio atteggiamento iniziale come una “disposizione precorritrice”.

Durante il mio periodo d’esami, andò prendendo corpo, nella mia vita, l’Icona del Risorto, con il capo inclinato verso l’osservatore: questa immagine mi ha accompagnata nei miei primi anni di vita religiosa. Dopo la mia professione, essa fu sostituita dal Volto della Sindone, di cui conoscevo l’esistenza sin dal 1965. Infatti, disegnavo spesso il Volto deturpato, senza lineamenti precisi, della Passione e Morte; e portavo sempre con me la fotografia. Poiché il Volto della Sindone era autentico, esso aveva assoluta precedenza su tutte le altre immagini.
Devo riconoscere che da giovane ero incline a proiettarmi verso l’esterno e il superficiale, costantemente affascinata e attratta dalla novità ed esteriorità della bellezza; tuttavia, spesso, ero anche sensibilmente colpita dal vuoto interiore che ne derivava, dalla povertà interiore conseguente alla considerazione della sola bellezza esteriore. In questa condizione, addirittura “avida” di belle cose e di persone, avevo da compiere un lungo cammino fino a che, lentamente, iniziai a capire che la bellezza che cercavo nel mio passato e in tutto non si trovava nelle cose esteriori. La bellezza durevole, imperitura, la bellezza che consola, che tocca il cuore, che guarisce le ferite, la bellezza che possiede il balsamo della forza sanante, nella sua più alta definizione, non era di natura materiale. Tuttavia, la fame di bellezza che era dentro di me, non poteva essere saziata se non attraverso lo splendore esteriore. La Sindone di Torino, che soddisfaceva il mio bisogno di una bellezza più profonda e interiore, nascondeva anche una forza operante. Non mi disturbava più, qui, la bellezza esteriore mancante, potevo vivere a lungo solamente con questa Sindone, e ci ho convissuto all’incirca per dodici anni; in seguito, il Signore ha prodotto, nella mia vita, una grande trasformazione.

 L’Icona di Cristo e le sante donne di Helfta
Il 29 settembre 1977 ho messo un’icona del Pantocrator a fianco della Sindone e, su questo soggetto, ho parlato e scritto varie volte. Dato che attualmente vivo nel ricostruito convento delle sante donne di Helfta (Santa Matilde e Santa Gertrude), a febbraio dell’anno in corso, per la prima volta, sono riuscita ad interiorizzare, riscoprendole in una luce più intima, le visioni di Santa Matilde. Per Gertrude avevo già trovato, fin dall’inizio, una chiave di lettura. Mi sia, perciò, permesso – quando racconto delle mie esperienze con il Telo di Cristo – di far riferimento a queste due sante donne. Alcune delle loro esperienze le hanno sapientemente preparate e, quindi, narrate con linguaggio idoneo. Così, nel primo libro sulle grazie speciali, la giovane Gertrude, che, in segreto, ha descritto le Rivelazioni di Santa Matilde (esattamente nel quarto capitolo), narra che a quest’ultima era apparso il Volto di Cristo “splendente come mille soli”. Matilde si meravigliava del fatto che il suo viso assumeva le sembianze del sole, ma il Signore le dette la seguente bella spiegazione: “Il sole ha tre caratteristiche nelle quali mi rassomiglia; infatti, esso produce il caldo, i frutti e la luce. Come il sole riscalda, così tutti quelli che si avvicinano a me vengono infiammati nell’amore e, come la cera con il fuoco, così i loro cuori si sciolgono davanti alla mia presenza. Nel Legatus divinae pietatis, la grande opera di Santa Gertrude, si legge nel terzo libro, al capitolo V, sotto il titolo Dell’effetto degli sguardi di Dio: “Quassù risplende il Signore e il Suo sguardo, come raggi di sole, si volge alla sua anima con le parole: ‘Voglio fissare i miei occhi su di te”’. Quindi Gertrude spiega che lo sguardo di Dio nell’anima compie una triplice azione: il primo sguardo monda da tutte le macchie; il terzo sguardo fa sbocciare le virtù dell’anima come il sole, sulla terra, fa germogliare vari tipi di frutti: il secondo sguardo dell’Amore di Dio, invece, intenerisce l’anima e la rende capace di accogliere i beni spirituali, come la cera che, sciolta dal sole, viene resa adatta ad imprimervi qualsiasi impronta. Nel settimo capitolo del secondo libro, riprende la stessa immagine e scrive: “Come la cera ammorbidita dal fuoco viene preparata per imprimervi l’impronta, così l’anima era vicina al petto del Signore, e d’improvviso risplendette, come se fosse stata posta vicino a Lui. O mio Dio, Tu carbone consumato, Salvatore e Liberatore e colui che imprime. Tu brace viva! Mentre Tu resti eternamente senza estinguerti, nell’intimo umido della mia anima, facesti crescere la Tua potenza; e asciugando in lei, terreno diletto, prima, la sua umidità, successivamente hai ammorbidito la sua resistente durezza, che per un periodo era stata così irriducibile! O fuoco autentico e struggente, che esercita la sua forza anche sugli errori, e che è il fulcro dell’anima che rappresenta una lieve unzione. In Te ed in nessun altro riceviamo la forza, dalla quale veniamo rinnovati attraverso l’immagine e la rassomiglianza delle nostre origini! O forno ardente che tramuta il minerale tintinnante in oro eletto, quando finalmente l’anima, stanca degli inganni, con intensa nostalgia brama solo i beni della Tua verità!.

L’esperienza chiave
L’icona aveva allora per me questa forza e, come la cera accanto al fuoco, non potevo opporre resistenza. Il Volto di Cristo, nell’Icona, si era trasformato in una straordinaria sorgente d’energia. nella luce e, più propriamente, in una fiamma incandescente che annientò completamente la mia forza. Quando il Volto del Signore s’impresse profondamente in me e nella mia più vera essenza, mi sentivo attraversata da essa nella stessa fisicità del mio corpo materiale. La sensazione era piena, avvertibile in tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi. Provavo la sensazione consapevole di essere io stessa (o meglio, la mia anima) una tela sottilissima ed estremamente fine, che si avvolgeva intorno al Volto, aderendovi completamente, mentre io dovevo lasciarmi coinvolgere dall’evento. Sopraggiunse quindi una forte commozione, mentre io cercavo, senza darmi pace, di spiegarmi quanto vivevo. La ricerca ebbe fine quando trovai la chiave nel quinto capitolo del secondo libro di Santa Gertrude, ove si narra che Gesù aveva impresso nel suo cuore una ferita. Ella ne parla piena di meraviglia. Il Signore aveva tenuto, “per tante ore, una pietra preziosa regale, nell’umido incavo del suo cuore”. ( foto n. 17) Mi sentii rasserenata e tranquillizzata nell’apprendere che Dio può compiere tutto ciò e che lo fa; e anche che altri, già molto prima di me, avevano vissuto e testimoniato intorno a esperienze analoghe. Questo breve passo del capitolo quinto, che ho citato, lo sperimentai in me, praticamente, soltanto lo scorso anno: bastava che io fossi tranquilla e accettassi l’accaduto nella sua realtà concreta.

La pittura dell’icona ed il Velo di Manoppello
Una volta, dato che “dovevo” dipingere un’icona, si verificò come conseguenza una profonda e tangibile conversione nel mio stile di vita e anche verso gli altri, anche se impararlo comportava un lungo e faticosissimo cammino. Però Nostro Signore è un buon maestro e, con molta pazienza, ha unito l’uno all’altro, conformandosi alla mia capacità. quando lo permetteva la mia, ahimè, tuttora persistente ritrosia. Allora, mentre mi sentivo costretta da una forza interiore, completamente contraria alla mia volontà, a dipingere da principio su un’icona bianca, un giorno mi imbattei, grazie all’iniziativa di una mia consorella, in una foto di giornale raffigurante il Velo di Manoppello (già in precedenza ho avuto modo di raccontare questo episodio). Dovendo oggi parlare della bellezza del Volto di Gesù, devo aggiungere che la mia reazione allora fu la medesima di quando, a Recklinghausen, mi trovai di fronte all’icona del Pantocrator: in un primo momento provai un rigetto interiore dell’opera, poiché non corrispondeva alla concezione che allora avevo della bellezza. Oltretutto, per me, l’immagine di Cristo di Torino era l’unica autentica e incontestabile. La “vecchia” Blandina si agitava in me e voleva conservare il “vecchio”, vale a dire una bellezza puramente esteriore dell’Uomo arrestato. Evidentemente, nella mia vanità e presunzione, mi sentivo colpita da questo Volto ferito. Oggi, sono eternamente grata a nostro Signore che, allora, non si sentì offeso dalla mia stoltezza e dalla mia spontanea reazione. Mantenne il Suo silenzio, rivolse il Suo benevolo sguardo su me, e infine vinse. Quest’esperienza si trasformò nella chiave che mi introdusse alla comprensione di molteplici aspetti, quali il modo di pensare, di esprimermi, e, insomma, mi fece capire che per vivere una radicale conversione era necessario allontanarsi da queste futili idee, da queste presuntuose saccenterie e anche dalle immagini di Cristo che portavo dentro di me. Dovevo svuotare il mio spirito da ogni altra immagine e quesito, e chiedere umilmente di esplorare, attraverso la ricerca, fino a capire che cosa avevano da dirmi queste due immagini del Telo e del Velo. E questo, esaminando la loro natura, cogliendo tutte le informazioni in essi racchiuse, e osservando che cosa avrebbe rivelato il rapporto dell’uno verso l’altro. Valse proprio la pena sottomettersi alla realtà di questi due “veli”.

 Il Volto Santo di Manoppello
Caratteristiche ed effetti
A quanto ho detto seguì un lungo periodo di ricerca, d’indagine e riflessione, al punto che anche la contemplazione dei due Volti poteva protrarsi per ore. Il Volto della Sindone di Torino mi era già più familiare, mentre il Volto del Velo mi era completamente estraneo, non solo dal punto di vista della sua esistenza, ma soprattutto per la peculiarità della sua espressione, tanto che per lungo tempo non mi fu possibile comprenderla. Mi resi conto ben presto che le proporzioni della Sindone e quelle del Volto sul Velo erano effettivamente equivalenti, se le equiparazioni sulle proporzioni si tengono possibilmente lontane l’una dall’altra. Il Volto della Sindone si ammira normalmente in un contesto più ampio, mentre il Velo è di dimensioni più piccole, dato che ha le misure di una faccia, ed anche perché mostra più chiaramente le analogie tra le tumefazioni e le altre ferite. Ma l’espressione di quest’ultimo Volto rendeva il mio impegno sconvolgente.

Semplicità, riverenza, innocenza
Era un semplice volto umano di un’incredibile semplicità, tanto da poter essere considerato addirittura banale. Vi si leggeva la sofferenza, ma sebbene, a causa delle tumefazioni, fossero evidenti le ferite e la deturpazione. non vi si leggeva alcun rimprovero e nessuna amarezza, e neppure, per così dire, la chiusura in se stesso; risaltava soltanto questo particolare silenzio, che certamente comunicava anche senza parole, ma io ancora non lo capivo. Lo sguardo aveva una delicata schiettezza e trasmetteva amore; questo provocava l’effetto invitante di un gesto pieno di bontà. Dinanzi a questo sguardo, però, mi sentivo ancora completamente indifferente, in quanto esso non esercitava su me alcuna sollecitazione, mentre emanava interiormente un enorme rispetto. Già, proprio il rispetto, in questo sguardo, era il fattore determinante: era quanto comunicava allora l’espressione di quel viso! Infatti, per tale disposizione, ricca di profondo rispetto, Egli è stato elevato: Propter reverentiam suam, come sottolinea il testo della versione latina della lettera di San Paolo agli Ebrei (5,7-9). Improvvisamente, un giorno, questa parola fu trasmessa al mio spirito con grande chiarezza e anche come risposta inconfondibile alla mia ricerca. Profondo rispetto davanti al misterioso disegno del Padre, che Cristo ha portato a termine con la sua morte orribile. Meraviglioso amore filiale, colmo di rispetto verso il Padre, come recita magnificamente l’Introito di Pasqua: Resurrexi et adhuc tecum sum, ma anche gran rispetto nei miei confronti: Creatore che, davanti alla mia anima, ne rispetta la sua piena libertà. Per capire l’immagine del sole nella visione di Santa Matilde, occorre questo profondo rispetto amorevole verso il Volto del Velo, come i tenui raggi del sole primaverile, che fanno germogliare le piante e sbocciare le gemme. Mi viene infatti trasmesso che io sono, o meglio, che ho la possibilità di vivere, che ho anche la possibilità di essere così come sono. Vengo accettata nel mio essere umana, e ciò mi viene continuamente e nuovamente donato e reso fecondo. Durante la mia prolungata osservazione del Volto, ritornavo però sempre ad un determinato aspetto, che si era in un certo senso cristallizzato, come se da una soluzione satura di una composizione chimica venisse prodotto, con facilità, un cristallo. Qui c’era l’immacolatezza dello spirito, la completa assenza di superbia! Qui c’era l’innocenza! Tutto ciò si può trovare nei bambini, e qualche volta, ma molto, molto raramente, negli adulti. Ma è proprio di questo che abbiamo bisogno per essere felici! Il nostro cuore, quando di fronte a un altro reagisce con innocenza, dimostra gioia. Qui però abbiamo lo sguardo dell’agnello immacolato” (senza macchia), che si è sacrificato per la nostra salvezza. Davanti a questo viso del Velo, che mi era così estraneo e incomprensibile e così diverso da tutti gli umani aspetti, e nello stesso tempo così “solamente umano”, mi sono resa conto che la bellezza non è data dalla perfezione esteriore e dalla forma che piace, poiché a conferire vera bellezza è soltanto la purezza dell’interiorità delle persone, l’essere come bambini, innocenti di fronte a tutti. Avevo detto: “Gesù, se sei proprio tu, dovrei pur riconoscerti!”. Ed era soprattutto quest’aspetto dell’innocenza che mi ha convinta che si trattava veramente del Volto di Gesù.

Il Velo e il Vangelo
Ammirando questo Volto, mi sono trovata a riascoltare ripetutamente tutto il Vangelo di Giovanni. In particolar modo il prologo, e non vorrei privarvi di quest’esperienza: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,1-13). Qui, come in tutti gli altri testi, il Volto è divenuto misteriosamente Verbo e il Verbo Volto; e anche gli altri testi evangelici si fanno straordinariamente vivi. Gesù, secondo le parole del fariseo: “…perché tu che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10,33); Gesù, secondo la testimonianza di Pietro: “Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68); Gesù: “Figlio di Maria” (Mc 6,3), beata fra tutti, vergine immacolata, alla quale Egli doveva assomigliare molto fisicamente, mentre la parte interiore e immacolata della sua anima e del suo spirito, la sua, per così dire, interiore bellezza, l’ebbe come primo dono di redenzione attraverso suo figlio. Gesù, l’umile figlio del Padre eterno, che si chiamò sempre e soltanto “Figlio dell’uomo” (Mt 12,34; 16,13; 16,27-28; 17,9.12.22; 19,28; 20,18-28; 24,27.30.37.39.44; 25,31; 26,2.24.45.64; Mc 2,18-28; 8,38; 9,9.12.31; 10,33.45; 13,26; 14,21.62; Lc 5,24; 6,5; 7,34; 9,26.44.58; 12,8.40; 17,26; 18,8; 19,10; 21,36; 22,22.48.69; 24,7; Gv 3,13.14; 5,27; 6,27.62; 7,28; 9,35; 12,23; 13,31), aveva trovato un cammino affinché i miei occhi potessero guardarlo: nel Velo che era il suo sudario nella tomba (Gv 20,7), nei veli che coprivano la sua salma (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53; Gv 20,5-6) su cui misteriosamente aveva lasciato l’immagine del suo Volto umano-divino.

Immagine simile ad una fotografia
Come autore della sua creazione e utilizzando liberamente le sue regole e i suoi mezzi, Gesù ci ha lasciato, molto prima che gli uomini intervenissero con la fotografia, uno splendido capolavoro di questa “arte”, non come opera delle sue mani, bensì, per così dire, nel suo ultimo passaggio, come ultima traccia della sua presenza reale nella nostra vita mortale. Tutti noi, che crediamo esclusivamente come Tommaso (Gv 20,29), quando apriamo gli occhi, possiamo effettivamente vederLo.

Il Volto Santo come espressione personale di Dio
Il Volto del Salvatore. Il problema della bellezza
Il salmista dice del re Messia: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle Tue labbra è diffusa la grazia, Ti ha benedetto Dio per sempre” (Sal 45,1). Gesù come “Figlio di Davide” doveva o poteva pienamente già essere esistito, dal momento che viene più volte citato da Davide e che, secondo il salmo, era un uomo di bell’aspetto e aveva una capigliatura biondo-rossa. Penso, però, che in questo salmo non si faccia riferimento solamente alla pura bellezza esteriore, bensì a molto di più. Grazia e benedizione divina alludono alla clemenza e alla bellezza che viene irradiata dall’interno. Questa bellezza e questa grazia di cui si parla non sono, però, conciliabili con le affermazioni sul Servo di Jahvè, di cui è stato detto che “non aveva bellezza”, così che noi non vorremmo guardarlo; dice il profeta: “Non ha né apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53,2).

Sofferenza e morte sul Volto di Cristo
Il Santo Padre, nella Lettera apostolica Novo Millennio ineunte, parla diffusamente del Volto di Cristo, come del Volto che bisogna contemplare. Al paragrafo 25 dice: “La contemplazione del Volto di Cristo ci conduce così ad accostare l’aspetto più paradossale del suo mistero, quale emerge nell’ora estrema, l’ora della Croce. Mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione”. E continua sostenendo che Cristo nell’ora della morte provò sia beatitudine che dolore, e che la profondità della sua sofferenza non avrebbe potuto in alcun modo distoglierlo né dalla sua dedizione al Padre né dal suo amore per gli uomini. Nel Volto di Gesù, come noi lo conosciamo attraverso la Sindone, si rispecchiano nuovamente dolore e, nello stesso tempo, serenità nascosta, bontà, perdono, impronte di morte e nuova vita.

Il Volto del Risorto
Il Santo Padre dice ancora che la Chiesa nelle sue considerazioni attinenti al Volto di Cristo non può mai rimanere ferma sulla figura del Crocifisso, dato che “Egli è risorto!”. Secondo le parole del Papa, che si rifà alla Lettera agli Ebrei (“…e fu esaudito per la sua pietà”, 5,7-9), la risurrezione era la risposta del Padre all’obbedienza del Figlio. Noi dunque abbiamo ora la possibilità di guardare concretamente il Volto del Risorto, e questo è il grande dono che ci elargisce il Padre in questo nostro tempo; o meglio, possiamo lasciarci guardare da Lui e venire guariti dal Suo sguardo. Questo ritrovato Velo della Veronica, che si sposa in maniera così meravigliosa con la Sindone, ci permette di guardare nel Volto, pieno d’amore e oltremodo benevolo, del nostro Salvatore. Possiamo partecipare delle Sue sofferenze e toccare le Sue ferite come Tommaso. Ci permette di scoprire che veramente sul Volto non c’è alcuna macchia: le tracce della corona di spine sono incredibilmente chiare, le escoriazioni della pelle, le profonde ferite, le tumefazioni riempiono il Viso, ma ritroviamo anche su questo Volto un certo splendore, quasi l’accenno di un sorriso.

La reazione umana e l’accesso al Volto
L’esperienza degli ultimi vent’anni mi ha insegnato che molta gente si allontana istintivamente da questo Volto, come davanti ad un lebbroso: non vogliono vederlo e lo evitano. Solo pochissime persone hanno un accesso immediato ad esso. Il silenzio e la preghiera permettono, invece, di avvicinarvisi. Questa esperienza viene descritta, molto bene, dal Papa con le parole che si leggono nel paragrafo 20 della Tertio Millennio ineunte: “Alla contemplazione piena del Volto del Signore non arriviamo con le sole nostre forze, ma lasciandoci prendere per mano dalla grazia. Solo l’esperienza del silenzio e della preghiera offre l’orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero, che ha la sua espressione culminante nella solenne proclamazione dell’Evangelista Giovanni: ‘E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria…’ (Gv 1,14)”.

L’espressione del divino
Lo splendore divino e la magnificenza del Volto di Cristo si rivelano a noi solamente attraverso lo sguardo di fede a Lui rivolto. Ma, nello stesso tempo, non c’è contrapposizione con ciò che scaturisce dalla sofferenza e dalla “bruttezza” di questo splendore divino. Anzi, la “leggiadria” sulle ‘labbra” del Messia, l’Unto, è proprio resa più chiaramente attraverso la sua sofferenza: in quest’estrema umiliazione come uomo, come “reietto delle nazioni” (Is 49,7).
Manca sulle labbra dell’Agnello immolato la maledizione, la nostra “incarnata” reazione al dolore! Qui la bellezza si illumina, e il fatto che Dio abbia benedetto quest’uomo sopra tutti, che lo abbia ricolmato di grazia, che lo abbia “unto”, si può cogliere dal segno di questa morte che è stata appena superata. Le tracce di morte sono ancora visibili sul Volto: una specie di triangolo bianco intorno a naso e bocca, segno dell’orrenda fine. Su questo Volto, però, si possono anche leggere le parole della Rivelazione: “…vedete… Io sono.., il Vivente” (Ap 1,18). Egli è l’Uomo di cui si può dire: “Io sono morto e vedete, io vivo!”; vivere aldilà della morte, ma vivere in questo corpo umano, in codesta carne. Qui troviamo qualcosa di straordinariamente nuovo: in questa fede della Chiesa in Cristo, nel Cristo risorto è l’inizio della nuova creazione! Nei suoi discorsi ad Antiochia, riferendosi alla Risurrezione, San Paolo citò il Salmo 2,7: “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato”.

Il significato del Volto di Cristo nella Rivelazione propria di Dio
Se noi, davanti a questo Volto, abbiamo veramente fede, possiamo diventare anche noi come gli apostoli, testimoni della Sua Risurrezione. Morte e vita, dolore e gioia, deturpazione e bellezza, è tutto qui. Anche se oso sostenere che la bellezza è determinante. Questo, però, è celato allo sguardo umano che è avido, esigente, possessivo, miscredente ed egoista. La bellezza si rivela in Lui nella misura della purificazione, nella Sua pronta disponibilità ad amare e umiliarsi. Quando il nostro occhio e il nostro cuore sono in grado di scoprire questa bellezza, è un dono di Dio, ed è la libera comunicazione di Dio. Se crediamo alle sante donne di Helfta, Egli prova una grande gioia quando può manifestarsi. A questo punto, per rendere il tutto più chiaro, vorrei riportare il più fedelmente possibile, la visione di Santa Matilde.

La visione di Santa Matilde di Hackeborn
Siamo intorno al 1290. A Helfta c’erano dalle cento alle duecento religiose. Matilde cantava molto bene ed era molto amata per la sua grande affabilità. Nella domenica “Omnis terra” (seconda domenica dopo l’Epifania), secondo l’antico lezionario festivo, dato che a Roma veniva celebrata la festa del Santo Volto della Veronica, Matilde aveva convinto le consorelle affinché anche loro. nello stesso giorno, si trasportassero in spirito a prendere parte a questa venerazione del Volto di Cristo, con molte preghiere e profonda devozione. Ognuna, per prepararsi, doveva recitare centocinquanta Pater Noster, che corrispondevano al numero di miglia che separavano Roma da Eisleben; inoltre doveva pentirsi di tutti i suoi peccati, confessarsi e adorare il Volto di Cristo con estrema umiltà. Questo dovrebbe essere accaduto a Helfta Brauch, anche perché Gertrude, nello stesso giorno, ebbe una visione sul medesimo soggetto; Matilde l’ebbe per parecchi anni. Nel decimo capitolo del libro I delle Rivelazioni (ed. 1888, p. 57), si legge: “Il monte era circondato di begli alberi colmi di frutta. Sotto questi riposavano le anime dei santi. Ognuna aveva la sua tenda di stoffa dorata e con gran gioia e gusto si cibavano di frutti. Questo monte simboleggia il cammino terrestre di Gesù, gli alberi. le sue virtù, l’amore, la misericordia… Tutti coloro che si erano preparati ad onorare la venerabile immagine con cuore devoto si avvicinavano al Signore portando i loro peccati sulle loro spalle e li depositavano ai piedi del Signore; e da Lui venivano trasformati in gioielli dorati… Poiché Matilde stava ammirando queste cose, il Signore disse: “Cosa vogliamo fare con questo? In ogni modo, tutto dovrà essere consumato dall’amore”. E aggiunse: “Si prepari la tavola”. Immediatamente si vedeva un tavolo carico di scodelle e di boccali d’oro. Il Volto del Signore, però, più splendente del sole, riempiva ogni recipiente, anziché di cibo e di bevande, con la sua luce. E tutti, rivestiti dello splendore di questo Volto come se indossassero un abito, s’inginocchiavano davanti al tavolo e ricevevano il cibo e la bevanda, che per gli angeli e per tutti i santi è il ristoro più meraviglioso. Segue ancora un invito, a venerare con zelo il Volto amato che nel cielo diventerà tutto per noi e “sarà tutto ciò che può desiderare un animo santo”. A Matilde apparve allora, durante la visione, il Volto di Cristo che brillava come il sole. I beati saranno rivestiti di luce come di splendidi abiti. Il Volto di Cristo, però, non solo elargisce ai beati grazia esteriore e splendore, ma li nutre e li rafforza, come fanno il cibo e le bevande nella nostra vita terrestre. La scena ricorda il libro dell’Esodo, dove gli anziani, che avevano ricevuto lo Spirito Santo, erano saliti sul monte, e in cima vedevano lo splendore di Jahwè; e si narra che “mangiavano e bevevano” (Es 24,11c). Qui il Signore fa disporre dei tavoli e inonda tutti con lo splendore del suo Volto. Trovo bello, in questa visione, anche l’atteggiamento regale del Signore in rapporto ai peccati che sono stati trascinati davanti al Suo Volto. Prima pone la domanda: “Cosa vogliamo fare con questo?”, e poi la Sua risposta in tono molto amabile: “Tutto dovrà essere consumato dall’amore”. Questa è la bontà così manifestamente visibile nel suo Volto; tutti i nostri pesi e peccati, tutta la nostra perversità che portiamo a Lui, vengono in maniera uguale consumati dal Suo amore, indipendentemente dall’ora in cui giungiamo e dal peso che portiamo.

Il Volto Santo e la sua particolare bellezza
Il messaggio della Veronica
Soffermiamoci, ancora una volta, in modo del tutto concreto, sul piccolo Velo con la sua particolarità singolare di completa trasparenza, che in pratica è un tutt’uno con il tessuto. Esso possiede la capacità di ”apparire” secondo gli influssi della luce oppure di sparire completamente. Ci guarda in un modo molto benevolo, ed è come se ci seguisse coi Suoi sguardi; quasi abbraccia amabilmente tutto il nostro essere umano, e pronuncia, in un certo modo, il suo “sì” alla nostra persona. Come potrebbe non essere affascinato il nostro cuore da questa bontà, da questa grazia, dallo splendore leggiadro di questa bocca, leggermente aperta, come se volesse dire qualcosa? Non ci dobbiamo chiedere allora che cosa ci vuole dire questo Volto? Non esiste una caratteristica, una parola, che potrebbe tradurre e riassumere la sua unicità? (foto n 25) Dopo la mia prima visita a Manoppello, nel 1995, ho riflettuto a lungo su queste domande, come mi è già successo qualche altra volta, quando ho cercato un oggetto oppure una risposta ad una domanda, facendo costantemente una sorta d’introspezione. Inaspettatamente, la cosa ricercata mi apparve davanti agli occhi. Così avevo cercato, tanti anni fa, con gli ‘occhi nostalgicamente un concetto, un’immagine, una parabola che contenesse tutto ciò che si potesse esprimere e riassumere su Dio. Allora, all’orizzonte, apparve l’immagine di un pastore in mezzo al suo gregge. Non era nello spirito, ma era nella realtà. La mia anima aveva compreso immediatamente. In questo momento davanti al mio spirito appariva la parola “sposo”, e io avevo subito capito. Sì, la parola “sposo” comprende tutta la realtà della testimonianza del Velo, la circonda e la rende accessibile. Gesù è “lo sposo”, e qui ritroviamo lo sguardo dello sposo per la sua sposa. A questo stadio dell’amore, durante il periodo di fidanzamento, si incontra anche la bellezza, dato che viene posta nell’ambito puramente umano. Sposo, sposa, nozze, festa, tutto ha a che fare con la bellezza. Bellezza che viene dall’amore, dalla benevolenza, dalla dedizione, dal cuore, nascendo dall’amore e dall’essere amato. Come sappiamo, è un’esperienza multipla, per cui l’amore fa brillare il volto umano, lo fa risplendere e diventare così bello.

Il Volto dello sposo, il Volto dell’amore
Probabilmente, noi esseri umani rendiamo così complicato il nostro tempo con l’immagine della Veronica perché abbiamo perduto la comprensione verso questa verità dell’unione dello sposo con la sposa. Pensiamo di essere in grado, in ogni momento, di impossessarci di qualsiasi cosa; però non è così in relazione a Dio. Dovremmo, perciò, essere grati, se possiamo avvicinarci al Velo, perché il solo fatto di ammirarlo, ed essere da lui riammirati, può risvegliare in noi questa forza assopita. Gesù, Figlio di Dio, si è considerato come Sposo, e come possiamo vedere dal Velo, Egli è, per noi, sempre e in ogni modo completamente nuovo. Lo sguardo del Volto di Cristo, che troviamo nel Velo, è quello dello sposo per la sua sposa, la Chiesa, l’umanità e ogni singola anima. Gesù ha detto: “Vi vedrò di nuovo, e allora il vostro cuore si rallegrerà!’ (Gv 16,22). Il nostro cuore reagisce vera.mente con gioia davanti al Suo sguardo, che sia attiva o passiva la nostra mente; ma il presupposto è che questo sguardo è pieno d’amore.

Secondo una frase di Klaus Hemmerle, le cose sono non come sono, ma secondo il modo in cui sono amate: come i capolavori dell’arte antica, esigono amore per essere capite; e anche l’uomo viene giustificato nell’amore. E quanto, ancora, possiamo noi comprendere nell’amore il Volto del nostro Dio, che è Amore? La bellezza del Volto di Cristo è nel Suo essere buono e nel Suo amare ogni singolo uomo individualmente. Nel testo greco del Vangelo di Giovanni non viene forse detto: “Io sono il bel (kalos) pastore”? Come si può costatare, bisogna ritornare al senso del buono, che si trova già nella Bibbia. Si può perciò condividere la tesi di Don Vincenzo Bertolone: se soltanto Uno è veramente buono, allora quell’Uno sarà anche Bello; in altre parole, Dio.

L’Amore attraverso l’amore
Per concludere, ritorniamo alla visione che Santa Gertrude ebbe la seconda domenica di Quaresima: “Prima della Messa, durante la Processione, si cantava il Responsorio: “Ho visto il Signore da viso a viso”, la mia anima è stata rischiarata da una splendida, indescrivibile lucentezza che proveniva da una rivelazione della luce Divina, e mi appariva come se davanti al mio viso si presentasse un altro viso che si adattava alle parole di San Bernardo (Sermone 31, Super Cantica Canticorum, III,6): “Non formato, ma creatore, non sfiorando gli occhi del corpo, bensì allietando il volto dell’anima, amore attraverso il dono dell’amore, non attraverso il colore”. Solo Tu conosci come, in seguito a questa dolcissima visione dei Tuoi occhi chiari come il sole, i miei risplendevano nello starTi di fronte, e come Tu, mia leggiadra dolcezza, avevi catturato non solamente la mia anima, ma anche il mio cuore insieme a tutte le articolazioni! Per cui vorrei, per quanto mi resta da vivere, dimostrarTi un servizio dedito… Quando Tu… ti eri adattato a me, che ero indegna, con il Tuo caldo e nostalgico viso, che custodiva la pienezza di tutta la gioia, mi sentii come se un’inesprimibile luce, che ti riempie di felicità, uscisse dai Tuoi occhi divini ed entrasse attraverso i miei. Ne fu permeato tutto il mio essere interiore, e dette a tutto il mio corpo un meraviglioso effetto risplendente, nel quale la mia carne e le mie ossa si dissolvevano fino al midollo; ebbi la sensazione che tutto il mio essere fosse nient’altro che un raggio di luce divina, il quale, in una maniera indescrivibile e deliziosa, quasi come per gioco, avrebbe preparato la mia anima ad un’imparagonabile allegrezza e serenità”. L’anima umana, che fu creata per questo motivo: per eternamente gioire dello sguardo divino e per vivere con lui un’amicizia, trova pienamente, nel Velo, nella ‘Veronica”, la capacità di riconoscere la bellezza del Volto di Gesù e di farsi commuovere da Lui. Dato, però, che noi siamo diventati corrotti e, per quanto riguarda i sentimenti, in un certo senso grossolani, per le conseguenze del peccato originale e dei nostri peccati, abbiamo bisogno della grazia redentrice di Dio per ritrovare l’accesso e la sensibilità per le Verità divine. I Sacramenti della Chiesa e una vita di fede secondo i comandamenti di Dio ci aiuteranno a “rivedere” Gesù e rallegrarci in Lui. Ma il doppio Volto, della Sindone e della Veronica, da cui, in un certo senso, chiaramente traspare il sorriso di Dio, può anche aiutarci a ritrovare un nuovo accesso al cuore ed alla bellezza di Dio. Se veramente saremo i suoi bambini, anche secondo la parola degli Apostoli: “saremo chiamati bambini di Dio, e lo siamo”, allora la Sua bellezza sarà la nostra bellezza, e viceversa; e sulla trama della nostra vita sarà visibile il Volto di Gesù.

Suor Blandina Paschalis Schlòmer, nata il 6 marzo 1943 a Karisbad-Aich. Ha ottenuto il diploma di maturità nel 1962, anno in cui entra tra le suore delle Missionarie del Preziosissimo Sangue. Nel Febbraio del 1965 fa il primo studio sulla Sindone. Si specializza nella pittura dei mosaici. Dal 1966 studierà farmacia nelle università di Würzburg e Bonn e nel 1973 passa all’ordine delle trappiste. Nel 1976 inizia lo studio delle icone e su questo si specializzerà in Francia. È del 1977 la prima conoscenza del Volto Santo di Manoppello. Nel 1984 viene a contatto con Werner Bulst ed Heinrich Pfeiffer, esperti della Sancra Sindone. In questo periodo inizia lo studio del confronto Sindone Volto, ottenendo, nel 1991, la prima “sovrapposizione”. Nel 1998 espone i 27 pannelli che dimostrano la piena convergenza della due immagini al convegno sul “Volto dei Volti”, tenutosi a Roma; pannelli che formano attualmente la “Mostra Penuel” di Manoppello