Il bisso marino è una sostanza prodotta da una conchiglia, la nacchera (Pinna nobilis), la più grande conchiglia del Mediterraneo. Si tratta di un ciuffo di lunghi filamenti simili alla seta con i quali l’animale si ancora al fondale e che un tempo venivano raccolti insieme alla conchiglia per produrre la “seta di mare”. La produzione del bisso marino era laboriosa e richiedeva molte tappe di lavorazione. Dopo la raccolta il bisso grezzo doveva essere pulito e pettinato più volte, messo in ammollo in succo di limone e infine filato a mano. La lavorazione più diffusa era quella a maglia per realizzare indumenti come scialli, guanti, cappelli, ghette, cravatte ecc. Ma i fili venivano anche tessuti, intessuti o ricamati su stoffe oppure lavorati in modo particolare per formare una sorta di pelliccia. Inoltre non solo il bisso, ma anche la conchiglia intera era utilizzata: la carne come cibo, le perle come decorazione, la madreperla per bottoni e per lavori di intarsio, il guscio per vasi, paralumi o come souvenir e i ciuffi di bisso come rimedio nella medicina popolare. I centri più importanti della raccolta e della lavorazione del bisso si trovavano nell’Italia meridionale, soprattutto in Sardegna e nelle Puglie.

Questi manufatti avevano degli splendidi riflessi dorati e fin dall’antichità erano quindi molto ricercati soprattutto dalla nobiltà e dall’alto clero. Nel XIX secolo i prodotti in bisso non potevano mancare alle più prestigiose esposizioni commerciali – come le esposizioni universali di Parigi, di Londra di Vienna – dove venivano venditi a prezzi elevatissimi e dove un tessuto in bisso marino poteva costare 100 volte tanto quanto un tessuto in lana. Per ottenere 1 kg di bisso grezzo e produrre così 200-300 grammi di seta di bisso marino, occorrono infatti fino a 1’000 conchiglie: è quindi facile capire perché questo materiale sia sempre rimasto un prodotto di lusso. La produzione è andata definitivamente scemando all’inizio del 20° secolo. Un po’ per la raccolta difficoltosa, il ricavato scarso e il processo di lavorazione lungo e impegnativo, un po’ per la concorrenza della seta (che poteva venir prodotta in grandi quantità a partire dall’allevamento dei bachi), un po’ per l’avvento dei nuovi materiali sintetici, in particolare il nylon, dopo la Seconda guerra mondiale quasi nessuno parla più di bisso marino.

Datare e localizzare la produzione del bisso marino è quasi impossibile, anche perché nell’antichità con il termine “bisso” si indicavano tessuti pregiati diversi (seta, cotone, lino), ma con certezza la produzione avveniva già almeno in epoca romana. Tuttavia, nonostante la cospicua produzione manifatturiera del passato, solo pochissimi oggetti sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, tanto che se ne contano meno di un centinaio sparsi nelle collezioni di tutto il mondo.

Se molti oggetti sono andati perduti, fortunatamente le conoscenze sulla lavorazione del bisso non sono ancora del tutto scomparse, soprattutto a Sant’Antioco in Sardegna e a Taranto in Puglia, dove l’interesse per questa tradizione artigianale e patrimonio culturale dell’Italia del Sud è andato anzi crescendo negli ultimi anni. Tuttavia, se da un lato è importante conservare il sapere di questa tradizione tessile per trasmetterlo alle future generazioni, dall’altro è imperativo proteggere la nacchera e il suo ambiente di vita – le praterie di posidonia, una pianta acquatica simile alle alghe che forma estesi tappeti sottomarini – visto l’attuale forte declino della specie in molte aree del Mediterraneo, dove oggi è una specie protetta.

Filippo Rampazzi