Arcivescovo Job di Telmessos

Testo integrale dell’omelia pronunciata dall’Arcivescovo ecumenico ortodosso Job di Telmessos nel corso della Divina liturgia ortodossa celebrata nel Santuario del Volto Santo il 18 dettembre 2016 nell’ambito della Sessione plenaria della Commissione mista del dialogo teologico tra la chiesa romana cattolica e le chiese ortodosse.


Eminenze, Eccellenze, Reverendi Padri, Cari fratelli e sorelle in Cristo, in questa Domenica dopo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, abbiamo sentito le parole del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo ha rivolto a ciascuno di noi: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua “(Mc 8,34). Con il suo sacrificio sulla Croce, nostro Signore e Salvatore si è offerto una volta per tutte per la salvezza di tutti, come si legge nella Lettera agli Ebrei, “essendo stato offerto una volta per portare i peccati di molti” (Eb 09:28).
Il mistero della nostra salvezza è stata compiuta dal sacrificio di Cristo sul Golgota e attraverso la sua risurrezione. Questo evento è diventato il fondamento della nostra fede, così come l’evento centrale della nostra vita ecclesiale. Con il battesimo, che è la nostra incorporazione a Cristo e il nostro ingresso in questa vita ecclesiale, abbiamo partecipato nel mistero la morte di Cristo e nella sua risurrezione, e ci siamo “rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Pertanto, siamo in grado di appropriarci le parole di San Paolo nella epistola di oggi: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me; e la vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
Come ha notato San Giovanni Crisostomo, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo non ci obbliga per essere salvati, ma ci invita, attraverso il nostro libero arbitrio, a partecipare alla sua eredità. “Se qualcuno vuol venire dietro a me …” dice! Al fine di seguirlo, dobbiamo rinunciare a tre cose: in primo luogo rinnegare noi stessi, in secondo luogo prendere la nostra croce, e in terzo luogo seguirlo.
Negare noi stessi significa lasciare il nostro individualismo, il nostro egoismo, egocentrismo e, che secondo la Sua Beatitudine l’Arcivescovo Anastasios di Albania, è il più grande problema e il pericolo per la vita ecclesiale. Per prendere le nostre croci significa essere pronti a morire per Cristo, per essere un martire, che è quello di essere un testimone per Cristo e per il suo Vangelo. Dobbiamo quindi essere coraggiosi nella testimonianza che portiamo di Cristo nella nostra società contemporanea. Seguire Cristo significa praticare e incarnare nella nostra vita tutte le virtù cristiane, in modo che potremmo dire che non siamo più noi che viviamo, ma Cristo vive in noi (Gal 2,20).

Così, scegliendo liberamente di seguire Cristo, mettendo da parte il nostro egoismo ed egocentrismo, essere pronti a testimoniare Cristo da ogni piccolo atto nella nostra vita quotidiana e riflettendo così l’immagine di Cristo che ci circonda, progredire con lui nel cammino verso il suo Regno.
Oggi, con la benedizione e su invito di Sua Eminenza l’Arcivescovo Bruno Forte, l’Arcivescovo locale della diocesi romana cattolica locale, noi, i membri ortodossi della Commissione Mista Internazionale di Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica romana e le Chiese ortodosse hanno la grande benedizione di poter celebrare questa Divina Liturgia qui, in questo santuario di Manoppello, dove la sacra reliquia della immagine di Cristo non fatta da mani d’uomo è tenuta fin dall’inizio del XVI secolo.
Secondo alcuni studiosi, questo velo corrisponde al “sudario”, il panno menzionato nel Vangelo di Giovanni, che era stato avvolto intorno alla testa di Gesù e che è stato disteso separato dal lino alla tomba vuota, dopo la sua risurrezione (Gv 20: 7). Secondo un’altra tradizione, registrato negli Acta Pilati, questo sarebbe il volto santo di Cristo stampata su un velo, il velo della Veronica. Sulla strada per il Golgota, Veronica ha incontrato Cristo e gli ha dato un velo per pulire il sangue e il sudore, e l’immagine del suo viso era poi impresso sulla tela.
Venerando questa santa reliquia della Passione e della Risurrezione di Cristo, che unisce Oriente e Occidente, Gerusalemme e Manoppello, siamo invitati a incontrare Cristo per essere suoi veri discepoli, negando se stessi, prendendo la nostra croce e seguirlo. Siamo chiamati a riceverlo nell’Eucaristia, e di conseguenza, la triste situazione che noi, i cristiani divisi, non possiamo condividere lo stesso Calice, come è il caso oggi in questa Divina Liturgia, è uno scandalo e una ferita nel corpo di Cristo che devono essere guariti.
Un evento molto importante e significativo in questa prospettiva è stato il superamento degli anatemi del 1054 tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli alla fine del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965. Da quel significativo evento, le nostre Chiese sono ora in piedi con la situazione in cui erano prima dell’imposizione degli anatemi, che è uno stato di rottura della comunione (akoinonesia), a causa di eventi storici e dispute teologiche. Questo stato di rottura della comunione deve essere risolto attraverso il dialogo teologico nel quale le nostre Chiese sono impegnate sin dal 1980, che ha appunto come obiettivo il restauro della piena comunione tra le nostre Chiese sorelle, attraverso la risoluzione delle controversie teologiche.
Come il Consiglio Santo e Grande della Chiesa ortodossa ha dichiarato lo scorso giugno, “la Chiesa ortodossa, che prega incessantemente per l’unione di tutti, ha sempre coltivato il dialogo con quelli allontanatisi da lei, (…) ha avuto un ruolo di primo piano nella ricerca contemporanea di modi e mezzi per ripristinare l’unità di coloro che credono in Cristo. (…) I contemporanei dialoghi teologici bilaterali della Chiesa ortodossa e la sua partecipazione nel resto del movimento ecumenico in questa autocoscienza dell’Ortodossia e il suo spirito ecumenico, con l’obiettivo di ricercare l’unità di tutti i cristiani sulla base della verità della fede e tradizione dell’antica Chiesa di Concili ecumenici dei sette” (Relazioni, 4-5). Questo è il motivo per cui il Consiglio Santo e Grande ha anche sottolineato che “la Chiesa ortodossa considera tutti gli sforzi per rompere l’unità della Chiesa, intrapresi da individui o gruppi con il pretesto di mantenere o presumibilmente difendere vera ortodossia, come meritevoli di condanna” ( ibid., 22).
Eminenze, Eccellenze, Reverendi Padri, Cari fratelli e sorelle in Cristo, è in questo spirito che noi, i membri ortodossi della Commissione mista internazionale di dialogo teologico tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa venuti insieme con i nostri fratelli cattolici e sorelle a Chieti, stiamo ora lavorando insieme verso una comprensione comune della sinodalità e primato, una delle questioni più delicate nel rapporto tra le nostre due Chiese sorelle.
Che il Signore, la cui immagine non fatta da mani d’uomo veneriamo e che invita tutti noi a rinnegare noi stessi, prendere la nostra croce e seguirlo, ispirare il nostro lavoro per l’unità e la gloria della sua Chiesa, e per la salvezza del suo popolo. A Lui, la gloria e l’adorazione nei secoli dei secoli. Amen.